RACCOLTA DOMICILIARE DEI RIFIUTI: UNO STRUMENTO INDISPENSABILE PER LA CORRETTA GESTIONE

Patrizia Gentilini, ISDE Forlì - Natale Belosi, Ecoistituto di Faenza

Abstract
In Italia gli obiettivi di raccolta differenziata (RD) del 15%, del 25% e del 35% indicati dal Dgl 22/97 ( Decreto Ronchi) sono ancor oggi disattesi in quanto la media nazionale di RD è del 24.3% secondo i dati APAT del 2006 relativi al 2005. A distanza di dieci anni dall’emanazione del Dgl 22/97, si è voluto verificare quali fossero gli strumenti e le metodologie che garantivano i migliori risultati, sia in termini di rese di RD, sia di prevenzione della produzione di rifiuti, sia di costi del servizio. Si presentano i dati relativi a 1813 comuni di Lombardia e Veneto, regioni al 3° e 1° posto rispettivamente per RD, dove, essendosi sviluppato da tempo un sistema di raccolta domiciliare, è possibile mettere a confronto tale metodo con gli altri, ed in particolare con quello di raccolta stradale. I dati mostrano come la raccolta domiciliare, rispetto alla stradale, per tutte le classi di grandezza dei comuni, presenti una produzione di rifiuti inferiore, rese di raccolta differenziata superiori, costi pro capite inferiori. Pertanto adottando semplicemente il solo metodo di raccolta domiciliare con separazione secco/umido ed abbandonando il sistema stradale di raccolta a cassonetto tutti gli obiettivi indicati dal decreto Ronchi sarebbero non solo raggiunti ma raddoppiati, essendo questo il sistema di raccolta più efficiente, efficace ed economico, con una economicità che tende addirittura ad aumentare con l’aumentare della popolazione dei comuni coinvolti.

Introduzione
La crescita inesorabile dei rifiuti è stata considerata, almeno per tutto il XX secolo, l’ineluttabile prezzo dello sviluppo ed i rifiuti sono stati considerati come il termine naturale della produzione industriale. Oggi il loro smaltimento rappresenta uno dei problemi più urgenti ed una delle sfide più importanti per la nostra società. Secondo quanto indicato dalle linee guida OMS/ Comunità Europea, il modo migliore per affrontare il problema rifiuti è evitare di produrli o, comunque, portare allo smaltimento solo ciò che resta dopo che tutti i processi di riutilizzo, recupero, riciclo siano esauriti. Incenerimento con recupero energetico e conferimento in discarica rappresentano infatti due opzioni da tenere in considerazione solo per quanto è comunque destinato a residuare, in quanto entrambi i metodi non sono scevri da rischi. Le indicazioni dell’Unione Europea in tema di gestione dei rifiuti hanno posto l’accento sulla necessità di tutelare, in primo luogo, la salubrità dell’ambiente e la salute dell’uomo, indicando le seguenti priorità:

L’ incenerimento era stato adottato come tecnica privilegiata di gestione dei rifiuti – con o senza recupero energetico - in diversi paesi europei, quali Danimarca, Svezia, Olanda, Belgio e Francia, mentre in Italia, l’utilizzo della discarica è ancora prevalente e a tutt’oggi solo il 12% circa dei rifiuti viene incenerito, nonostante l’incremento registrato negli ultimi anni (dal 1996 al 2005 la percentuale è praticamente raddoppiata). Questa, che potrebbe apparire una carenza, rappresenta invece un’opportunità che il nostro paese sembra non volere cogliere; il fatto di non avere privilegiato fino ad ora l’incenerimento potrebbe infatti avviarci su un percorso virtuoso nella gestione dei rifiuti che privilegi recupero e riciclo dei materiali con grandi opportunità di ricchezza e di lavoro. A New York, che ha imboccato questa strada, secondo dati del 2005 di Federico Valerio, si contano ben 4.257 aziende che hanno puntato sul riciclaggio dei materiali post consumo creando occasione di lavoro per ben 43.624 persone. Attualmente negli USA il riciclo e il compostaggio è il destino finale del 36% dei materiali post-consumo (MPC) e solo il 16 % è incenerito. Considerato che la potenzialità attuale degli impianti di incenerimento, in Italia, rappresenta già il 16% della produzione annua dei rifiuti, potremmo tranquillamente metterci al passo con gli Stati Uniti senza problemi.
Il nostro paese invece sembrerebbe intenzionato a ripercorrere strade già intraprese ma successivamente abbandonate da altri (vedi Giappone e Stati Uniti), anche in virtù di una anomala equiparazione dei rifiuti a fonte rinnovabile di energia che di fatto incentiva la loro combustione. Anche la normativa in discussione con l’attuale finanziaria, che dovrebbe riconoscere incentivi solo alla parte biodegradabile dei rifiuti, incentiverà di fatto la combustione della frazione con maggior potere calorifico ( legno e carta) ostacolandone l’adeguato recupero, col rischio che la stessa raccolta differenziata divenga funzionale all’incenerimento di tale frazione, che, secondo i dati APAT, nel 2005 rappresentava ben il 69,2% dell’intera RD.
D’altro canto si fanno sempre più strada nel mondo due concetti complementari: da un lato quello che il “rifiuto” non deve essere considerato come scarto, ma come indispensabile materia prima seconda, ancora più preziosa in un momento di esaurimento delle risorse e che deve quindi essere raccolta in modo ottimale per rientrare nella filiera produttiva, dall’ altro il principio che materiali che non possono essere riusati, riciclati o compostati non devono neppure essere più prodotti (ipotesi Rifiuti Zero).
Per quanto riguarda il primo aspetto un’efficace gestione e raccolta dei materiali post-consumo avviene già in grandi aree metropolitane come, in California, San Francisco che nel 2002 riciclava il 62% dei suoi rifiuti e Los Angeles con il 46% o, in Australia, Camberra - città di 443.000 abitanti - che nel 2002 ne riciclava il 69.26% ; per rimanere poi in Europa si pensi che l’Austria già nel 1999 recuperava, tra riciclo e compostaggio, il 61.5% dei propri RU e in Germania il tasso di raccolta differenziata a livello nazionale superava nel 2004 il 50%.
Per quanto attiene l’ipotesi Rifiuti Zero si vuole sottolineare che essa non è un’utopia ambientalista, ma è parte di una nuova rivoluzione industriale avviatasi proprio nei paesi più sviluppati quali Giappone e Stati Uniti e che è ben riassunta nella delibera n. 174 del 2004 della municipalità di New York che così recita: “ogni tonnellata di spazzatura portata in discarica o all’incenerimento è un indice di fallimento o di inefficacia del sistema, così come un difetto nella produzione di un prodotto è indice di fallimento od inefficienza del processo produttivo”.
Presupposto indispensabile per una gestione virtuosa di quanto sopradetto è la raccolta differenziata (RD). L’ECOISTITUTO di Faenza ha prodotto una ricerca per mettere a confronto le diverse metodologie di raccolta dei rifiuti urbani al fine di esprimere un giudizio di “efficienza, efficacia ed economicità” in rapporto alle finalità stabilite dal Dgl 22/97 di (in ordine di importanza): riduzione dei rifiuti, raccolta differenziata, riciclaggio, recupero energetico, smaltimento in sicurezza.

La situazione dei rifiuti in Italia
Dai dati APAT, rapporto 2006, risulta che in Italia la produzione complessiva di rifiuti nel 2005 è stata di 138.700.000 ton di cui 31.700.000 di rifiuti urbani (RU) e 108.000.000 di rifiuti speciali (57.000.000 non pericolosi, 46.000.000 da costruzioni-demolizioni e 5.300.000 pericolosi).
La produzione di RU risulta in aumento del 5,5% rispetto al 2003, confermando il fallimento delle politiche di prevenzione e riduzione della produzione. La quota media pro capite/anno in Italia di RU è di 539 kg con 6 kg in più rispetto al 2004, (valore ben lontano da quanto raccomandato dall’ Unione Europea di 300 kg come produzione massima pro capite!).
I valori più bassi di produzione di RU si registrano nelle province di Potenza (366 kg ), Isernia (354) e Benevento (396), territori certo industrialmente poco sviluppati, ma anche in due province del Nord: Asti e Treviso che rispettivamente hanno 396 e 375 kg/anno e che non possono certo essere ritenute poco sviluppate.
Le regioni che registrano la maggior produzione di rifiuti/pro capite con oltre 600 kg/anno a testa sono: Liguria, Toscana, Emilia Romagna e Lazio; questo anche per effetto della maggiore assimilazione ad urbani di rifiuti provenienti da attività artigianali ed industriali.
In Italia, il tasso di raccolta differenziata è oggi intorno al 24,3% ben al di sotto dell’obiettivo del 35% fissato dal decreto Ronchi e , soprattutto, per merito delle sole regioni del Nord, dove si attesta sul 38.1%; al Centro, infatti è del 19.4% ed al Sud, addirittura dell’8.7%.
E’ interessante notare che il compostaggio, ovvero il recupero della frazione organica per fare un compost di qualità è in Italia praticato molto meno di quanto è la disponibilità degli impianti esistenti, come ben risulta dal grafico seguente.

Metodi
La ricerca prende in considerazione i dati dell’anno 2005 relativi a: produzione dei rifiuti, rese di raccolta differenziata, costi del servizio di igiene urbana di 1.813 comuni della Lombardia e del Veneto (tutti quelli con dati validi), suddivisi per metodologia di raccolta e per grandezza.
La suddivisione per grandezza è stata effettuata seguendo sostanzialmente il criterio adottato nella relazione annuale dell’Osservatorio Nazionale sui Rifiuti: comuni fino a 5.000 abitanti, da 5.001 a 15.000, da 15.001 a 50.000, sopra i 50.000.
Sulla base delle metodologie di raccolta i comuni sono stati suddivisi, in prima battuta, fra comuni con separazione secco/umido (raccolta della frazione umida organica presso le utenze sia domestiche che non domestiche) e comuni senza separazione secco/umido (senza raccolta della frazione umida organica presso le utenze domestiche).
All’interno di ciascun raggruppamento di questa prima suddivisione, sono stati distinti comuni con raccolta stradale, raccolta domiciliare, raccolta mista (raccolta stradale su parte del territorio e domiciliare sull’altra parte).
La distinzione fra raccolta stradale e domiciliare è basata su come viene raccolto il rifiuto indifferenziato residuale, indipendentemente dalle metodologie di raccolta delle frazioni differenziate. Nella grande maggioranza dei casi ad una raccolta stradale o domiciliare del rifiuto indifferenziato corrisponde un analogo tipo di raccolta della maggior parte delle frazioni differenziate ed in particolare (nella raccolta secco/umido) della frazione umida.
Nella presente relazione vengono messi a confronto in particolare i comuni (1.028 comuni per 9.219.895 abitanti) che praticano una raccolta secco/umido (s/u) di tipo stradale (110 comuni per 1.749.734 abitanti) o domiciliare (918 comuni per 6.750.734 abitanti), con accenni ai risultati delle altre metodologie per quanto riguarda i dati più significativi. I dati relativi ai comuni sopra i 50.000 abitanti (solo 5 per ciascuno dei due raggruppamenti presi in considerazione) vanno accolti come dato di tendenza, per la scarsa consistenza del campione. Va comunque rilevato che i dati di questi comuni si inseriscono all’interno dell’andamento generale degli altri.

Risultati
1.1 Produzione di rifiuti
La produzione pro capite di rifiuto urbano (vedi grafico 1):
· cresce con il crescere della grandezza dei comuni, indipendentemente dalla metodologia di raccolta;
· nella raccolta stradale s/u la produzione è costantemente superiore alla raccolta domiciliare s/u, precisamente del 28% come media aritmetica e del 24% come media ponderata;
Analoga differenza di produzione fra raccolta stradale e domiciliare si riscontra anche nei comuni che passano da una raccolta stradale ad una domiciliare (vedi caso PRIULA in “La gestione dei rifiuti in Provincia di Ravenna: confronto fra Provincia di Ravenna e Provincia di Treviso” Natale Belosi – ECOISTITUTO di Faenza – 2004).
I passaggi mostrano sempre ed inequivocabilmente una diminuzione consistente della produzione.
La minore produzione di rifiuti urbani nella raccolta domiciliare rispetto alla raccolta stradale può essere attribuita a:
· maggiore conferimento improprio nei contenitori stradali di rifiuto speciale non assimilato;
· maggiore possibilità di controllo dei conferimenti nella raccolta domiciliare;
· maggiore applicazione del compostaggio domestico collegato alla raccolta domiciliare;
· maggiore responsabilizzazione nella gestione e prevenzione della produzione dei rifiuti da parte degli utenti nel sistema domiciliare, con positive conseguenze nella catena distributiva.
Sostanzialmente la minore produzione pro capite di rifiuti urbani nel sistema domiciliare appare legato sia ad una azione di prevenzione e riduzione della produzione di rifiuti, sia ad una più corretta distinzione e conferimento di rifiuti speciali e di rifiuti urbani.
La minore produzione di rifiuti attribuibile a migrazioni di rifiuti in altro luogo dove è applicata la raccolta stradale, spesso invocata per sminuire il valore della domiciliare, è in realtà fenomeno modesto e limitato alla fase iniziale di passaggio. Questo è dimostrato dal rapporto annuale dell’Osservatorio Provinciale sui Rifiuti della Provincia di Bologna sul caso del Comune di Monteveglio e dai dati della provincia di Treviso (circa 800.000) abitanti, dove la raccolta stradale è applicata solo nel capoluogo (circa 80.000 abitanti): infatti nel comune di Treviso la produzione di RU è di 550 Kg pro capite, più bassa di quella di analoghi comuni con raccolta stradale e, pertanto, incompatibile con immigrazione anche minima di rifiuti dal resto della provincia.
Differenze analoghe di produzione dei rifiuti urbani fra raccolta stradale e domiciliare, si registrano anche nei comuni senza separazione secco/umido, mentre in tutti e due i casi la raccolta mista si colloca in posizione intermedia, più vicina alla raccolta stradale.

1.2 Rese di raccolta differenziata
Le rese di raccolta differenziata presentano i seguenti risultati (vedi grafico 2):
· per tutti i sistemi di raccolta le rese tendono a diminuire col crescere della grandezza dei comuni in termini di abitanti;
· le rese di raccolta domiciliare s/u per tutti i gruppi di grandezza dei comuni sono superiori alla rese della raccolta stradale s/u, attestandosi mediamente su un più 46%;
· la differenza di resa fra i due sistemi tende a diminuire con la grandezza dei comuni.
· la raccolta stradale con separazione secco/umido si attesta mediamente attorno al 41%, ovvero 6 punti percentuali sopra l’obiettivo del 35% fissato dal Decreto Ronchi;
· la raccolta domiciliare s/u si attesta mediamente attorno al 60%, 25 punti percentuali sopra il suddetto obiettivo, con punte anche oltre l’80%.
Incrociando i dati di produzione procapite dei rifiuti con le rese di raccolta differenziata si ottiene che mediamente in un anno col sistema stradale s/u il rifiuto indifferenziato inviato da ogni abitante a smaltimento, normalmente tramite discarica o incenerimento, è circa il doppio di quello del sistema domiciliare s/u (317Kg/ab contro 168 Kg/ab); invece il rifiuto differenziato normalmente inviato a recupero risulta superiore del 14% nella raccolta domiciliare s/u rispetto alla raccolta stradale s/u (251 Kg/ab contro 220 Kg/ab).
All’interno della ricerca sono state analizzate, per un campione di 23 comuni della provincia di Treviso, le rese di raccolta differenziata derivanti dall’applicazione della tariffa puntuale (tariffa basata sulla produzione dei rifiuti per ogni singolo utente) in un sistema domiciliare s/u spinto, vale a dire con assenza di qualsiasi contenitore stradale per tutte le frazioni di rifiuto. In questo caso le rese di raccolta differenziata salgono al 74%, oltre il doppio dell’obiettivo del Dgl 22/97.
La raccolta domiciliare spinta permette di innalzare mediamente le rese di raccolta differenziata di un 3% rispetto alla raccolta domiciliare mista, vale a dire con frazioni differenziate raccolte con sistema stradale.
Appare evidente che le differenze di sistema di raccolta incidono sulle rese di raccolta differenziata, molto più della dimensione abitativa dei comuni.
La differenza di rese di raccolta differenziata fra sistema stradale e domiciliare con separazione secco/umido per tutte le grandezze dei comuni è tale da rendere statisticamente impossibile un suo azzeramento anche con l’ampliamento del campione utilizzato, a parità di criterio di calcolo.

1.3 Costi del servizio di igiene urbana
La rilevazione dei costi del servizio di igiene urbana deriva da dati MUD, quindi da comunicazioni ufficiali dei comuni. Questi dati, ottenuti dalle dichiarazioni dei comuni non sempre sono credibili, ma comunque statisticamente gli errori tendono a distribuirsi in modo omogeneo all’interno dei gruppi di un campione sufficientemente ampio come quello del presente studio. In tutti i casi sono stati eliminati i comuni con dati poco credibili perché troppo bassi o troppo alti, attraverso soglie omogenee per tutti i comuni.
I dati medi vanno comparati in senso relativo, e non in modo assoluto, poiché spesso si è registrata una sottovalutazione dei costi, ma, come detto, tale sottovalutazione statisticamente si spalma in modo omogeneo sull’intero campione.

1.3.1 Costo pro capite
I dati relativi al costo di igiene urbana per abitante mostrano che (vedi grafico 3):
· per tutte le classi di grandezza dei comuni i costi del sistema stradale s/u sono superiori ai costi del sistema domiciliare s/u, da un minimo del 7% per i comuni fra i 5.000 e i 15.000 abitanti, ad un massimo del 52% per i comuni sopra i 50.000 abitanti, con una media aritmetica complessiva pari a più 17%;
· per i vari sistemi di raccolta il costo tende ad aumentare con l’aumentare degli abitanti dei comuni, in particolare nei comuni oltre i 15.000 abitanti;
· l’aumento risulta molto più consistente per la raccolta stradale s/u rispetto alla raccolta domiciliare s/u, per cui più aumenta il numero di abitanti più si allarga la forbice tra i due sistemi.
L’aumento dei costi via via che cresce il numero degli abitanti per i comuni sopra i 15.000, è probabilmente legato alla maggiore presenza nei comuni più grandi di servizi centralizzati e di attività produttive, oltre ad una maggiore variabilità di tipologia abitativa, che può rendere il servizio di raccolta meno omogeneo nello svolgimento.
La raccolta mista con separazione secco/umido registra i costi medi procapite più alti, probabilmente dovuti alle diseconomie di scala nell’applicazione di due diversi sistemi di raccolta nello stesso territorio comunale.
L’analisi dei costi pro capite del servizio di igiene urbana indica chiaramente che il servizio domiciliare con separazione secco/umido è meno costoso e più efficiente rispetto agli altri sistemi di raccolta, e ciò risulta tanto più vero quanto più aumenta la grandezza dei comuni.

1.3.2 Costi di raccolta / costi di trattamento-recupero-smaltimento
Per 447 comuni è stato possibile scorporare i costi di trattamento-recupero-smaltimento dei rifiuti dal resto dei costi di igiene urbana (vedi grafico 4).
Tale scorporo ha evidenziato che nel sistema domiciliare secco/umido i costi di trattamento-recupero-smaltimento pro capite sono pari al 61% degli analoghi costi del sistema stradale secco/umido. Tale consistente differenza è dovuta in parte alla minore produzione di rifiuti, in parte alla maggiore incidenza delle frazioni differenziate, che presentano non solo costi minori, ma anche entrate, almeno per quanto riguarda le frazioni consegnate alle filiere CONAI.
Viceversa, l’insieme degli altri costi di igiene urbana sono leggermente superiori nel sistema domiciliare s/u rispetto al sistema stradale s/u (più 2%), dovuto sostanzialmente ai maggiori costi di raccolta nel sistema domiciliare, che richiede un consistente aumento della manodopera impiegata (con evidenti vantaggi occupazionali); parte di questo maggior costo è compensato comunque da minori costi relativi al capitale impiegato per i mezzi utilizzati.
Nel sistema stradale s/u il costo di trattamento-recupero-smaltimento incide molto (38%) sul costo globale del servizio di igiene urbana, mentre nel sistema domiciliare s/u la sua incidenza risulta molto minore (27%).
Il minor costo del sistema domiciliare s/u è pertanto da attribuirsi totalmente ai minori costi di trattamento-recupero-smaltimento, tali da compensare il leggero aumento dei costi di raccolta.

1.3.3 Costi a tonnellata di rifiuto prodotto

Il costo del servizio di igiene per tonnellata di rifiuti prodotta cresce proporzionalmente al costo pro capite, ma al tempo stesso diminuisce proporzionalmente alla crescita della produzione pro capite. Poiché nel sistema stradale s/u l’incremento di produzione pro capite (+28%) è superiore all’incremento del costo pro capite (+17%) rispetto alla raccolta domiciliare s/u, il costo medio a tonnellata risulterà ovviamente inferiore (-10%).
Analizzando però questo dato in base alla grandezza dei comuni (vedi grafico 5), il quadro cambia, perché il costo a tonnellata tende a crescere per tutti i sistemi col crescere della grandezza del comune, ma in misura molto maggiore per la raccolta stradale s/u rispetto al domiciliare s/u, tanto che per i comuni sopra i 50.000 abitanti il costo per tonnellata della raccolta stradale s/u diventa decisamente più alto rispetto alla corrispondente raccolta domiciliare.
Nelle raccolte senza separazione secco/umido il costo per tonnellata del sistema stradale risulta mediamente superiore alla raccolta domiciliare (+8%), mentre il sistema misto risulta normalmente il più costoso di tutti.
Il dato del costo a tonnellata indica che i comuni più grandi sono quelli maggiormente avvantaggiati da una raccolta domiciliare secco/umido in contrasto con quanto normalmente si crede o si tende a far credere.

Conclusioni
Dall’analisi dei dati, la raccolta domiciliare con separazione secco/umido, sia per l’intero campione, sia per le diverse fasce di grandezza dei comuni, presenta in modo netto i migliori risultati rispetto agli altri sistemi di raccolta perché comporta:
· la minore produzione di rifiuti pro capite, in ossequio al primo criterio di prevenzione alla produzione di rifiuti;
· le maggiori rese di raccolta differenziata, in ossequio ai criteri di massimo recupero di materia e di minimo smaltimento;
· i minori costi pro capite del servizio di igiene urbana, in ossequio al criterio di economicità.
Solo per quanto riguarda il parametro del costo a tonnellata di rifiuto prodotto, la raccolta stradale con separazione secco/umido risulta mediamente migliore dell’analoga raccolta domiciliare, ma questo si registra solo per i comuni minori, mentre per i comuni maggiori anche questo parametro risulta a favore della raccolta domiciliare. Questa tendenza significa che, contrariamente a quanto normalmente si pensa, i comuni più grandi possono essere i più avvantaggiati da una raccolta domiciliare.
Ai fini del bilancio di un comune, poi, indipendentemente dal numero di abitanti, il costo globale del servizio di igiene nel caso di raccolta domiciliare secco/umido è sempre nettamente conveniente, come si evince dall’analisi dei costi pro capite (costo totale = costo pro capite x numero di abitanti).
Pertanto, dai dati raccolti, la raccolta domiciliare con separazione secco/umido risulta il sistema di raccolta più efficiente, più efficace ed anche più economico.
A tutto questo si aggiunga che, comportando il minimo smaltimento, è sicuramente anche quello con le minori conseguenze sulla salute dei cittadini.

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