GLI OBIETTIVI DI RIDUZIONE…SMALTITI NELL’INCENERITORE !

Ciò che appare clamoroso nella presentata pianificazione industriale è la disinvoltura con cui un vero perseguimento di obiettivi di riduzione della produzione di rifiuti - così come stabilito dal PRS e dal PRAA - viene sostanzialmente omesso. Si badi bene che si parla di omissione - e non di scetticismo - visto che in nessun scenario si prende in considerazione la riduzione del 15% al 2010, limite fissato dalla Regione (ed anche dalla vecchia LRT n. 25/98, tuttora vigente). Sarebbe stato discutibile, ma comunque lecito, assumere un atteggiamento di scetticismo di fronte ad obiettivi di riduzione ritenuti troppo ambiziosi, ma ciò si sarebbe dovuto tradurre in una plurale articolazione di scenari: da un lato la descrizione di uno scenario inerziale (e quindi prudenziale) basato su di una stabilizzazione (o lieve crescita) dei rifiuti, dall’altro uno tendenziale (o avanzato) basato su trends di stabilizzazione verso il basso degli scarti e volto ad individuare iniziative concrete di riduzione, come avvenuto in molte province italiane ed anche nella nostra regione (Lucca). Una problematizzazione degli scenari è sempre utile per evitare l’assunzione di pianificazioni impermeabili alle innovazioni e soprattutto per evitare il sovradimensionamento dell’impiantistica che - non dimentichiamolo - nel caso di impiantistica di smaltimento, deve rappresentare solo l’anello finale, subordinato proprio a serie politiche di riduzione, riuso, recupero di materia, nella impostazione giuridica dell’UE e nazionale. Questo atteggiamento pianificatorio avrebbe costretto in modo fecondo a fare i conti con i trends di crescita dei rifiuti avvenuti in Provincia di Arezzo (più marcati che nelle altre province toscane) in un quadro regionale dove si manifesta già il record di produzione pro-capite di rifiuti: interrogarsi su questo, valutare se vi siano state delle patologie nel sistema, e se terapie di riduzione possano essere messe in campo, avrebbe reso più solida la pianificazione, e non certo più vulnerabile. La tesi finora sostenuta dai teorici dell’aumento dei rifiuti correlato al PIL è infatti contraddetta e smentita sia dall’Osservatorio Nazionale Rifiuti nel report 2006, sia da esperienze quali il Piemonte (e segnatamente la Provincia di Torino) ed il Veneto, dove i rifiuti tendono a diminuire. Ma, indipendentemente da una disputa teorica, in queste regioni sta giocando un fattore riducente, cioè la graduale applicazione del sistema di raccolta domiciliare o porta-a-porta, che fisiologicamente induce livelli di riduzione dei rifiuti del 10 - 15%, per effetto di una maggiore razionalizzazione del servizio, che azzera i conferimenti impropri, e dei sistemi di tariffazione incentivanti le buone pratiche dell’utenza. Poiché anche in uno scenario del PIA di Arezzo, si assume di arrivare agli obiettivi di RD del 55 - 60%, così come stabiliti dalle normative regionali e nazionali, e poiché questi non sono raggiungibili se non in un quadro di graduale applicazione del porta-a-porta, si ritiene che effetti di riduzione dei rifiuti non solo non siano da escludersi, ma che siano addirittura prevedibili. Pertanto, per rimediare a questa omissione, mi permetterò di avanzare due brevi indicazioni pianificatorie che tengono conto sia di uno scenario avanzato che di uno più prudenziale. Nello scenario avanzato assumerò la produzione dei rifiuti del 2005 a riferimento, nell’altro la simulazione fatta propria dal PIA: comunque, anche nell’assumere lo scenario avanzato ci riferiamo ad un obiettivo di riduzione del 10% da raggiungere entro il 2010 e quindi prudenzialmente minore del 15% previsto dalla Regione.

SCENARIO AVANZATO

Attraverso un’integrata serie di azioni descritte dalla stessa Federambiente e da “sigillare” attraverso accordi tra Provincia, ATO, Comuni e categorie economiche (vedi recente protocollo approvato in Provincia di Lucca proprio tra ATO e Comuni) si possono facilmente attuare sistemi di riduzione degli imballaggi: in particolare la generalizzazione del sistema delle ricariche nella grande distribuzione, la reintroduzione del vetro a rendere per l’acquisto di latte e bevande, l’inibizione dell’uso delle stoviglie usa e getta nelle mense pubbliche e nelle feste/sagre, la maggior diffusione dell’auto-compostaggio familiare e di sistemi di tariffazione premianti i comportamenti virtuosi dell’utenza, insieme al passaggio graduale (il Casentino svolgerà la funzione fondamentale di apripista) al porta-a-porta ed alla realizzazione di piattaforme per la riparazione ed il riuso dei beni durevoli, appaiono in grado di prevedere/giustificare una riduzione della produzione di rifiuti almeno pari al 10% al 2010. Quindi:
199.600 t/a di rifiuti prodotti nel 2005
riduzione 10% = 19.600 t/a
rifiuti prodotti = 180.000 t/a
RD al 60% (2011) = 108.000 t/a
Rifiuti a trattamento = 72.000 t/a.
In questo contesto si inserisce l’impianto di selezione e compostaggio di Podere Rota, con i suoi processi di vagliatura, recupero, stabilizzazione, in parte già presenti, in parte da implementare e da integrare (operazioni di innesto la cui fattibilità è stata - a grandi linee - confermatami dall’Ing. Pozzi dell’UNIECO, società costruttrice del Selettore). Per la parte dell’intercettazione dei metalli, occorre prevedere un’integrazione relativa ai metalli non ferrosi (es. separatori a correnti indotte) così come, anche per effetto di un sistema di raccolta gradualmente sbilanciato verso il porta-a-porta, dove il rifiuto indifferenziato viene raccolto in sacchi il cui contenuto non verrebbe subito triturato, occorrerebbe prevedere in ingresso all’impianto (l’area lo consente) una prima “sezione di screening”, costituita da nastro trasportatore per intercettare (con addetto) eventuali rifiuti pericolosi (pile, batterie, barattoli di vernice); dall’opera di vagliatura (con vaglio eventualmente dotato di fori da 100 mm.) si otterrebbero due flussi: 1) un flusso di sottovaglio, dove convergono sostanze organiche residue e materiali cartacei contaminati, nonché le parti fini ed inerti (oltre ad altri materiali “estranei”, possibili da intercettare con ulteriori tecnologie ampiamente disponibili sul mercato, anch’esse facilmente innestabili sull’esistente); 2) un flusso di sopravaglio costituito da plastiche, rottami in vetro, cartoni di grossa pezzatura, legno, metalli, tessuti ecc, da sottoporre a selezione anche attraverso un sistema di “scivoli” (dai quali recuperare almeno le plastiche più nobili, es. PET-HDPE) ed eventualmente cartacei di maggiore pezzatura, da inviare alla “sezione biologica” di sottovaglio. La sezione biologica, dotata di digestione anaerobica (processo anch’esso innestabile sull’esistente Selettore, considerata la maggior compattezza dell’impiantistica anaerobica) ha il compito di trasformare in biogas i materiali biodegradabili (compresa la carta) contenuti nel sottovaglio. Poiché, data l’ampiezza dei fori del vaglio, il sottovaglio rappresenterebbe circa il 65% del residuo, per effetto della perdita di acqua e di CO2 delle frazioni organiche, nonché per effetto della trasformazione in biogas, avremmo una riduzione di massa (e di peso) del “digestato”, da conferire (altamente) stabilizzato in discarica, nell’ordine del 55 - 60% del peso iniziale. Quindi, anche senza considerare i recuperi eventuali di alcune tipologie di plastiche, ma considerando il recupero dei metalli ferrosi e non ferrosi nell’ordine di un 1,5% (dato le già precedenti fasi di RD) delle 72.000 t/a residue avremmo da smaltire in discarica non più di 36.000 t/a, che, anche considerando il sopravaglio, non giustificherebbero assolutamente il raddoppio dell’inceneritore: infatti, 36.000 t/a rappresentano meno di 100 t/g (di cui una parte da porre in discarica come FOS, oppure da utilizzare per la copertura delle decine di vecchie discariche presenti nei nostri comuni, oppure ancora per il ripristino ambientale delle tante cave dismesse, per la sistemazione di scarpate, terrapieni, argini, ecc.) Questo scenario, addirittura, porrebbe in prospettiva graduale la possibilità della dismissione dell’inceneritore attuale.
Anche dentro uno scenario intermedio tra quello avanzato e quello descritto nel PIA, il ricorso alla digestione anaerobica appare in tutta la sua utilità e flessibilità: infatti essa è in grado di ridurre - in peso - di almeno il 50 - 55% tutto il residuo (o gran parte di esso) consentendo anche una (molto) proficua “estrazione” di energia (biogas di qualità) compensata dalla sicura remunerazione dei certificati verdi, non più riconosciuti invece agli inceneritori; da tenere presente che, insieme al consolidamento del trattamento aerobico (già presente nel Selettore) anche la digestione anaerobica sta mietendo notevoli successi fra le tecnologie di smaltimento rifiuti, e sempre di più i tecnici del settore sono portati a studiare l’integrazione tra i due processi (come viene qui proposto) avendo essi evidenziato che: A) il bilancio energetico dell’impianto integrato migliora notevolmente, poiché nella fase anaerobica si produce un surplus di energia da immettere nel mercato (dopo averne utilizzato una parte per il funzionamento dell’impianto stesso); B) le “arie esauste” sono rappresentate dal biogas (che non viene immesso nell’atmosfera, ma totalmente utilizzato) mentre le fasi odorigene sono gestite in reattore chiuso, il che permette di controllare i problemi olfattivi; C) ridotta emissione di CO2 in atmosfera (da un minimo del 25% sino al 67%) fattore che assumerà sempre maggiore importanza in futuro. Dopo questa doverosa premessa affronto lo scenario del PIA.

SCENARIO PIA: RD AL 60% - IMPIANTO DI CASA ROTA E DIGESTIONE ANAEROBICA

Paradossalmente proprio con questo scenario l’inserimento della digestione anaerobica all’interno dell’impianto di Casa Rota appare molto efficace, quindi:
230.000 t/a di rifiuti prodotti
60% di RD (al 2011) = 138.000 t/a
Residui a trattamento = 92.000 t/a
Anche senza considerare una stima dettagliata relativa alla caratterizzazione merceologica del residuo, è realistico considerare (anche alla luce dei dati merceologici descritti in sede di PIA che fanno assommare ad almeno il 55% - del totale dei rifiuti non differenziati - la componente biodegradabile, costituita da organico + verde + carta + legno) che, in percentuale, nella parte residua dei rifiuti (a valle del 60% di RD) permanga ancora percentuale analoga da inviare a digestione anaerobica e di cui è possibile abbattere il peso (da inviare a discarica, di circa il 60%) cioè
55% di 92.000 t/a = 50.600 t/a
60% di 50.600 t/a = 30.360 t/a sottratto a discarica
Rifiuti residui al netto dell’intercettazione dei metalli (considerati c/a 1.500 t/a) =
92.000 t/a meno 50.600 meno 1.500 t/a = 39.900 t/a (vale a dire c/a 123 t/g, avendo considerato 325 giorni all’anno di raccolta).
Di questo residuo, la parte di gran lunga prevalente sarebbe costituita da frazioni potenzialmente combustibili (plastiche, tessuti) ed anche da vetro residuo, inerti ed altro: pertanto, in questo scenario, non più di 36.000 t/a sarebbero potenzialmente combustibili, cioè non più di 116 t/g (avendo considerato 310 giorni all’anno di normale funzionamento dell’inceneritore). Anche considerando l’aggiunta dei rifiuti di risulta derivanti da RD (che non sono tutti combustibili) potremmo prevedere non più di 126 t/g potenzialmente combustibili (quindi un totale da incenerire di c/a 39.060 t/a, sempre considerando 310 giorni all’anno di normale funzionamento dell’impianto).
In conclusione, anche da questo scenario (ripeto, non in linea con gli obiettivi di riduzione stabiliti dalla RT) non risulterebbe sostenibile il raddoppio dell’inceneritore di San Zeno: anzi, le (notevoli) risorse risparmiate potrebbero andare ad incentivare l’intera filiera del recupero (isole ecologiche - piattaforme per la valorizzazione dei materiali recuperati, per la riparazione ed il riuso dei beni durevoli, ecc.) e consentirebbero l’inserimento della digestione anaerobica, del sistema NIR e di altre tecnologie nel contesto del Trattamento Meccanico Biologico di Podere Rota. Anzi, proprio per l’estrema flessibilità e duttilità di tale sistema impiantistico, anche con l’auspicabile presenza di migliori prestazioni delle RD e delle politiche di riduzione, non ci sarebbero contraccolpi nell’ammortamento degli investimenti, in quanto il funzionamento dell’impianto potrebbe essere riconvertito verso linee di lavorazione dei materiali provenienti dalla RD. Al contrario, il raddoppio (o di più…) di San Zeno costringerebbe - nei fatti - ad una negativa competizione con lo sviluppo atteso della RD od anche ad un’importazione di rifiuti da fuori…

Nella speranza di aver dato un contributo alla complessa discussione in atto, porgo i miei più cordiali saluti.

Arezzo, 25 luglio 2007.

Fausto Tenti
(Assessore Ambiente Comune di Pergine Valdarno)

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