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Bioplastiche, l'alternativa verde
all'oro nero:
L’enorme quantità di materie plastiche
che l'uomo produce da decenni è un
problema che ormai è sotto gli occhi di
tutti: costituiscono la maggior parte
dei rifiuti solidi urbani e la plastica
impiega secoli per poter essere
degradata naturalmente dall’ambiente.
Per sveltire il processo di distruzione,
oggi si impiegano gli inceneritori, che
però hanno un impatto devastante sia per
l'ambiente che per la salute umana.
Nei fumi bianchi e densi espulsi dalle
ciminiere, anche se dotate di moderni
filtri, sono presenti grosse quantità di
diossina e nanoparticolati che non sono
biodegradabili.
Queste sostanze, entrando in circolo nel
corpo umano (sia attraverso la
respirazione, sia assumendo alimenti
contaminati), aumentano in modo
esponenziale malattie gravi come tumori,
leucemie e patologie cardiovascolari.
Un dato recente è l'allarmante aumento
di tre volte delle leucemie nelle zone
dove operano due inceneritori (Aisa e
Chimet) in Valdichiana.
Le ceneri tossiche risultanti (1/3
rispetto all'origine) devono essere
comunque smaltite in discariche
speciali.
In più, gli inceneritori sono impianti
che bruciano di tutto con bassa resa
energetica.
Ma allora come mai in Italia ce ne sono
già più di 50 e si prevede di costruirne
molti altri?
Semplicemente grazie alle sovvenzioni
statali, pagate dai Cittadini con una
trattenuta dalla bolletta Enel,
destinate alle fonti rinnovabili.
Per far rientrare gli inceneritori in
questa categoria, gli hanno prima
cambiato il nome in "termovalorizzatori",
e poi la plastica in "biomassa", per
poter assimilare il tutto a norma di
legge.
Cosa ci sia di "bio" nella plastica
ottenuta dal petrolio è un mistero, ma
non lo sono le tabelle ufficiali con gli
incentivi andati agli inceneritori e
centrali a biomasse (inceneritori
mascherati).
Milioni di Euro finiti nelle tasche dei
proprietari di questi impianti a scapito
delle vere fonti rinnovabili come il
fotovoltaico o l'eolico.
Molti Cittadini pensano che questo sia
l'unico modo per eliminare i rifiuti
solidi urbani, e accettano la presenza
di questi mostri anti-ecologici.
E sbagliano: intanto fa storcere la
bocca il minimo impegno delle varie
amministrazioni comunali in materia di
raccolta differenziata spinta, di
riciclo e di riutilizzo.
Ancora più assurdo è il totale
disinteresse per lo sviluppo della
bioplastica biodegradabile al 100% che
potrebbe portare all’abbandono, o almeno
ad un uso molto più limitato delle
sostanze derivate da idrocarburi.
Origine e smaltimento delle bioplastiche:
Il primo materiale bioplastico fu
ricavato negli anni 50 dall’amido di
mais.
Oltre a questo, oggi si possono ricavare
dall’amido di vari prodotti agricoli
come patate, barbabietole e pomodori,
tutti coltivabili in Italia.
Le bioplastiche non sono molto diverse
dalle plastiche tradizionali dal punto
di vista dell’aspetto esteriore e delle
proprietà.
Il punto di forza è proprio la loro
biodegradabilità, cioè la possibilità di
essere attaccate e trasformate da
microrganismi di varia natura, come
batteri e funghi.
si possono smaltire velocemente
assecondando e sveltendo il processo
naturale di decomposizione, per la cui
realizzazione sono necessari tre
elementi: batteri, umidità e calore.
Nella versione industriale di questo
processo, chiamato compostaggio, questi
tre elementi sono monitorati, e la
decomposizione può essere ottenuta in un
intervallo fra sei e dodici settimane,
producendo acqua, anidride carbonica e
vera biomassa naturale, quest'ultima
utilizzabile per la produzione di
energia pulita, ma anche per la
produzione di fertilizzanti.
Anche dal punto di vista economico i
costi per questo processo sono di gran
lunga minori rispetto a quelli che si
sostengono per smaltire la plastica
tradizionale.
Poi, la produzione di bioplastica
andrebbe a ridurre le emissioni di
anidride carbonica, rispetto alle
plastiche tradizionali, dell’ottanta per
cento.
Secondo un calcolo effettuato dall’European
Climate Change Program (ECCP) per ogni
tonnellata di bioplastica prodotta
potrebbero essere prodotti circa 4
milioni di tonnellate di anidride
carbonica in meno.
Utilizzo e sviluppo della bioplastica:
Ci sono molteplici campi dove l’utilizzo
della plastica biodegradabile risulta
vantaggioso: uno di questi è costituito
dall’agricoltura.
Nella coltivazione di numerosi prodotti
agricoli nella prima fase della semina,
si usa proteggere i germogli con dei
teli con delle pellicole plastiche.
Il problema in questo caso è che esse
vanno tolte per evitare che possano
penetrare nel terreno.
Il costo della rimozione e smaltimento
di tali pellicole è elevato e l’adozione
di materie plastiche eliminabili
dall’ambiente stesso permetterebbe di
farne a meno.
Anche diversi settori industriali
possono usare, e in parte già lo fanno,
materiali biodegradabili.
In quello elettrico ed elettronico il
largo impiego di plastiche tradizionali
potrebbe lasciare posto alle
bioplastiche.
In questo settore la nazione leader è il
Giappone, dove molte grandi industrie,
come la NEC o la Sanyo stanno
sostituendo le componenti plastiche dei
loro prodotti con plastiche biologiche.
In medicina alcuni tipi di bioplastica
possono essere utilizzate con molte più
garanzie di compatibilità con il corpo
umano, in particolare in ambito
chirurgico.
Anche la sostituzione dei giocattoli di
plastica tradizionale con bioplastica
porterebbe dei vantaggi notevoli in
termini di sicurezza per la salute dei
bambini.
Ma il rapporto fra plastiche
biodegradabili ha un altro aspetto
ancora più rilevante.
La maggior parte delle materie
bioplastiche derivano da piante e
l’utilizzo su larga scala di manufatti
realizzati con queste sostanze
permetterebbe lo sviluppo di un settore
economico potenzialmente floridissimo.
Alcuni calcoli possono rendere più
chiaro l’impatto estremamente positivo
dello sviluppo di un settore agricolo
non-alimentare: tenendo conto che un
ettaro di coltivazione può produrre due
tonnellate di bioplastica, a livello
teorico più dell’intero fabbisogno di
materie plastiche europeo potrebbe
essere prodotta nel vecchio continente.
L’importanza dello sviluppo di tale
settore potrebbe risolvere molti
problemi dell’agricoltura europea, in
crisi per la concorrenza di produttori
extracomunitari che producono a
bassissimo costo, con conseguenti
ricadute positive sull’occupazione e
sulle possibilità di sviluppo di aree
attualmente depresse.
Conclusioni:
Uno sviluppo delle bioplastiche avrebbe
numerosissimi effetti positivi: i più
importanti sono quelli della difesa
dell’ambiente, della salute umana e
della lotta al riscaldamento globale
terrestre.
In più ridurre la necessità di petrolio
porterebbe ad una politica estera meno
condizionata dai suoi prezzi, con
possibilità di maggior flessibilità
delle scelte.
Ma il semplice fatto che le bioplastiche
potrebbero portare degli enormi vantaggi
per la qualità della vita di tutti noi,
non è purtroppo una condizione
sufficiente per la loro adozione su
larga scala.
In primo luogo c’è il fattore economico:
sono necessarie delle condizioni di
mercato che possano scoraggiare la
produzione di plastica tradizionale, che
attualmente rimane un prodotto più
conveniente.
Per fare un esempio, un comune sacchetto
per la spesa ha un costo inferiore di
tre centesimi rispetto a uno di
materiale biodegradabile.
Le bioplastiche, inoltre, non sempre
danno le stesse garanzie qualitative di
quelle tradizionali e c’è perciò bisogno
di una costante attenzione alla ricerca.
La competitività economica delle
bioplastiche è minata proprio dai costi
elevati per lo sviluppo di nuove
tecnologie.
Ma la crescente consapevolezza della
popolazione di una più efficiente difesa
dell’ambiente potrebbe essere
considerata un fattore fondamentale per
arrivare ad iniziative legislative che
favoriscano la ricerca.
Il maggiore "sforzo" infatti, è
richiesto al potere politico, che
"dovrebbe" agevolare fiscalmente queste
produzioni veramente eco-compatibili,
magari trasferendo gli incentivi che
vanno agli inceneritori ai produttori di
bioplastica.
In Europa le due nazioni più
all’avanguardia nella legislazione sui
materiali biodegradabili sono Francia e
Germania, che cominciano a prevedere
vantaggi fiscali per il loro utilizzo.
Ma questo sembra che non sia
l'orientamento in Italia, grazie al
solito immobilismo della politica
italiana verso le tematiche favorevoli
al Cittadino e all'ambiente.
Non sarebbe ora di farci sentire?
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