- Manager ASM imputati di disastro
ambientale e omicidio colposo
Il giudice per le udienze preliminari Pierluigi Panariello deve
decidere se rinviare a giudizio i 23 imputati indagati per reati
relativi alla vicenda dell’inceneritore Asm di Maratta. L’inchiesta
fu aperta nell’autunno 2006 dal magistrato Elisabetta Massini,
coinvolgendo personaggi politici e manager pubblici di primo piano
come l’ex sindaco di Terni, Paolo Raffaelli, l’ex presidente della
municipalizzata, Giacomo Porrazzini, l’ex direttore dell’impianto
Moreno Onori e i componenti dell’ex consiglio di amministrazione, ma
anche dirigenti della Provincia di Terni, tecnici di laboratorio e
imprenditori privati. Tra le parti lese oltre ai lavoratori figurano
anche lo stesso Comune di Terni, il ministero dell’Ambiente e
l’Erario.
Le indagini cominciarono a metà gennaio 2007 prendendo le mosse da
un esposto dei lavoratori relativo al rispetto della legge 626 sulla
sicurezza nei luoghi di lavoro, denunciando come fossero costretti a
convivere da anni con polveri cancerogene, e dall’infaticabile
passione civile di Giovanni Raggi, presidente provinciale dell’Unmil,
l’unione nazionale mutilati e invalidi del lavoro, che presentò alla
procura della repubblica una dettagliata denuncia, con tanto di
documentazione medica, sul caso di persone che lavorando
nell’impianto di Maratta si erano ammalate di cancro. A questo
tenace eroe civile – scritto davvero senza retorica – si affollano
ancora in mente i ricordi dell’incontro straziante con Giorgio
Moretti, cinquantenne capo turno e militante Cgil, ridotto a una
larva dal cancro contratto nel posto di lavoro, morto purtroppo il
primo giugno scorso, con Ivano Bordacchini, Stefano Sebastiani e
Roberto Vescarelli, minati dalla stessa malattia, che sopravvivono a
furia di chemio e cobaltoterapia. E le tappe della tormentata
battaglia contro il mostro di Maratta, in cui all’Asl è sempre stato
impedito di metter piede, mentre i rilievi dell’inquinamento erano
affidati ad un’azienda privata, l’Ecosil, che tuttavia dovette
segnalare, inascoltata, la presenza massiccia di cromo esavalente
già nel 2006.Nel 2002 l’Agenzia Nazionale per la Prevenzione
Ambientale aveva prescritto la realizzazione di un portale per la
misurazione delle radiazioni (visto che si bruciavano, non si sa
ancora quanto illegalmente, i rifiuti ospedalieri di mezza Italia).
Non se ne fece nulla finché si mise di punta la procuratrice
Elisabetta Massini, che comunque dovette combattere con un ricorso
al Tar, ottenendo nel 2007 l’installazione del portale che, come
previsto, suonava l’allarme molto spesso. Giovanni Raggi si indigna
ancora delle ispezioni fasulle dell’Arpa, annunciate con tre giorni
di anticipo ed effettuate quando le temperature non erano alte.
Peraltro si misuravano le polveri sottili, quando ben altri erano i
problemi e i veleni. A suo avviso un ente inutile, come le Comunità
montane, i Consorzi e i vari carrozzoni clientelari. Da eliminare.
La sua istituzione nel 1993 comportò soltanto la smobilitazione del
Dipartimento di Igiene e Prevenzione della Regione, defraudato di 5
dei suoi 7 tecnici e ridotto all’impotenza, senza strumentazioni e
perfino autovetture. Oggi la situazione non è molto migliorata.Il
flusso della memoria fa rivivere gli orrori e le nefandezze compiute
in quel maledetto impianto: si bruciavano tranquillamente residui
industriali pericolosi e tossici, gomma e plastica, finanche
carcasse di mucca pazza, tanto per completare l’indegno affresco.
Una volta si scoprì un pozzo pieno di veleni, prontamente ricoperto
e fatto dimenticare. Sindacati e Ordine dei Medici stavano
colpevolmente zitti. Soltanto i lettori più attenti seppero che uno
studio epidemiologico della Regione aveva accertato il 24% di casi
di cancro in più nella nostra Asl 4 rispetto alle altre, tra il 1994
e il 2002. C’è ancora la consegna del silenzio sugli innumerevoli
casi di cancro che colpiscono uomini e donne nel fiore della
maturità, abitanti nelle zone vicine all’inceneritore. Come del
resto sui 7 interventi chirurgici alla tiroide effettuati
settimanalmente all’ospedale “Santa Maria”, decisamente troppi. Nei
primi mesi del 2007 ripetuti blitz del Corpo forestale portarono
all’acquisizione di oltre duemila pagine di documenti e alla
formulazione di gravi ipotesi di reato da parte del magistrato
inquirente Elisabetta Massini. Sono 35 i reati ipotizzati (non tutti
per le stesse persone), e l’ultimo parla di omicidio colposo, dopo
la morte per un tumore al polmone di un operaio dell’impianto di
Maratta. Ma c’è anche disastro ambientale, avvelenamento, truffa ai
danni dello Stato e falsificazioni dei registri dei danni
sull’inquinamento. Più lo scarico nel Nera di acque reflue piene di
metalli pesanti, avvelenando le falde relative ai pozzi di
emungimento dell’acquedotto di Terni, Narni e Acquasparta.
Il sindaco uscente Paolo Raffaelli è coinvolto per essere il
“proprietario” dell’Asm (azienda a capitale pubblico) e per essere
la massima autorità sanitaria della città.
Il reato più grave tra quelli ipotizzati nei confronti del sindaco e
dei vertici dell’Asm (dal presidente Giacomo Porrazzini al direttore
generale Moreno Onori, all’amministratore delegato Stefano Tirinzi,
oggi presidente) riguarda la violazione dell’articolo 434 “per
avere, agendo in concorso tra loro, con più azioni in esecuzione del
medesimo disegno criminoso, immettendo inquinanti anche pericolosi
nell’aria (diossine e acido cloridrico) e nell’acqua (selenio, rame,
piombo, mercurio ed altri materiali pesanti nel fiume Nera),
commesso un fatto diretto a cagionare un disastro ambientale”. Per
truffa aggravata ai danni dello Stato sono indagati sempre il
sindaco Raffaelli, il presidente ed il consiglio di amministrazione
dell’Ast “per avere bruciato per otto anni con artifici consistiti
nell’utilizzare per la combustione e la produzione di energia
elettrica, anziché frazione secca (cdr), rifiuti contenenti sostanze
organiche, non conformi all’autorizzazione e non idonei alla
termovalorizzazione, con caratteristiche da provocare il disastro
ambientale e procurando a sé un ingiusto profitto pari a circa
tredici milioni di euro. Un fatto che ha provocato allo Stato un
danno patrimoniale di elevata entità”.
Altro delicato capitolo riguarda la falsificazione dei dati sulle
emissioni nell’atmosfera e nelle acque di scarico. Tecnici
compiacenti della ditta privata Ecosil avrebbero diviso in molti
casi perfino per dieci i referti analitici, che poi venivano
trasmessi alla Provincia, i cui funzionari non effettuavano alcun
controllo e prendevano per oro colato quanto riferito. Una
falsificazione che permetteva all’Asm un notevole risparmio, ma a
discapito di normative ben precise e della salute dei lavoratori e
dei cittadini.
L’accusa nei confronti di due funzionari della Provincia, Anna Rita
Amadei (funzionario settore acque) e Giovanni Vaccari (dirigente
settore ambiente) riguarda il “non aver attivato, con più omissioni
in esecuzione del medesimo disegno criminoso, il procedimento di
diffida a fronte delle reiterate violazioni da parte dell’Asm”,
mentre Paolo Grigioni (responsabile monitoraggio atmosferico),
insieme allo stesso Vaccari, è accusato di “non aver provveduto alla
revoca dell’autorizzazione all’impianto di termovalorizzazione né
alla diffida, pur in presenza di reiterate violazioni alla
prescrizione contenute nell’autorizzazione”.
Ma venivano falsificati anche i registri per smaltire rifiuti
pericolosi. Per la Procura i laboratori di analisi nominati dall’Asm
avrebbero consentito con analisi false lo smaltimento di rifiuti
pericolosi e quelli da sottoporre a trattamento prima del
trasferimento nella discarica di Valle, di proprietà dell’Ast, e in
altre discariche, non autorizzate, consentendo così un notevole
risparmio all’Asm nei costi di smaltimento, questo fino al 2007.
Particolarmente interessante è il fatto che alla direzione
dell’inceneritore di Maratta si siano susseguiti negli ultimi anni
ben sei dirigenti (Latini, Ciaralla, Motzu, Monaco, Camiciola e
l’ultimo in ordine di tempo, Carloni). Sostituiti soprattutto,
secondo quanto emerso dalle indagini, perché non in sintonia con i
vertici aziendali. Alcuni avrebbero chiesto all’azienda di mettere
in atto misure adeguate per la sicurezza dei lavoratori, ma non
sarebbero stati ascoltati, anzi allontanati.
C’è anche il capitolo dei rifiuti sanitari. Per l’accusa ne venivano
smaltiti abusivamente ingenti quantitativi senza autorizzazione,
visto che a Terni potevano essere bruciati solo quelli umbri, ma
arrivavano da tutta Italia.
Sugli indagati pesano poi la morte di Giorgio Moretti, l’ex capo
turno stroncato da un cancro al polmone, e le patologie tumorali che
hanno colpito altri tre lavoratori dell’inceneritore. Si ipotizza
dunque l’omicidio colposo.
Per anni si sarebbe nascosta a tutti i dipendenti la pericolosità
delle sostanze cui erano esposti. E per chi esprimeva preoccupazione
c’era il mobbing. “Costrittività lavorative”, emarginazione, ordini
di servizio punitivi, demansionamenti avrebbero caratterizzato la
vita quotidiana dei lavoratori che avrebbero fatto resistenza alle
direttive. C’è stato anche il caso di lavoratori, oggetto di
provvedimenti disciplinari annullati dall’ufficio del lavoro,
trascinati dall’azienda in tribunale per ottenere la conferma del
provvedimento dal giudice del lavoro.
La propensione a umiliarli è proseguita anche dopo la chiusura
dell’inceneritore. Rodolfo Staffieri, 65 anni, coordinatore
elettrico strumentale dell’impianto di Maratta, che aveva rifiutato
la nuova collocazione di spazzino, adducendo la propria
professionalità e anzianità di servizio, ha ricevuto infatti
immediatamente una lettera dell’azienda che gli comunicava “la
sospensione dal lavoro e dalla retribuzione”.
Per trentadue anni l’inceneritore ha ruminato e bruciato oltre il 50
per cento dei rifiuti urbani della città e dell’intera provincia
producendo, sin quando è economicamente convenuto, energia elettrica
(5 megawatt l’ora). Ma in uno scambio diabolico, a leggere le pagine
con cui il pubblico ministero Elisabetta Massini avvisa gli indagati
dello scempio di cui li ritiene responsabili, in cui il rispetto per
la sicurezza e la salute dei lavoratori e di tutta la popolazione è
stato sistematicamente trascurato.Giovanni Raggi annuncia l’uscita
di un documentario a cura dell’Associazione internazionale Sporchi
da Morire, in cui compare una sua lunga e dettagliata intervista, e
spende ancora qualche parola sulla superperizia chiesta dal gip
Maurizio Santoloci a proposito del nesso di causalità tra ambiente
di lavoro e la morte di Giorgio Moretti. Depositata poche settimane
fa, si pronuncia in modo piuttosto pilatesco, parlando di
“possibilità”, stabilita al 60% per Moretti, al 50% per Bordacchini,
al 45% per Sebastiani e al 20% per Vescarelli. Percentuali tuttavia
giuridicamente valide ai fini del riconoscimento di malattia
professionale da parte dell’Inail. Raggi non risparmia il sarcasmo
su questo faldone di 142 pagine, in cui non compare nemmeno un cenno
al ruolo patogeno delle nanoparticelle prodotte in abbondanza anche
dagli inceneritori e capaci di superare non solo la pelle ma anche
la parete delle cellule, entrando nel nucleo e scombinando il Dna.
Questi studi si sono moltiplicati nel mondo a partire dagli anni ‘90
e in Italia sono condotti soprattutto da Stefano Montanari e dalla
moglie Antonietta Gatti nel laboratorio Nanodiagnostics di Modena –
http://www.stefanomontanari.net/ .Però stamattina una raffica di
eccezioni preliminari presentate dalle difese in relazione a
presunte notifiche irrituali bloccherà probabilmente il corso del
procedimento, allontanando ancora una volta l’accertamento della
verità e le sanzioni per i responsabili del disastro inceneritore.
Enrico Cardina
www.comitatotutelavaldichiana.it |