Il nucleare "pulito"
L'uranio inquina, alimenta l'industria bellica, è costosissimo e si sta già esaurendo...
L'alternativa? Il torio.
Le centrali nucleari non piacciono a molti. Per forza: costano molto, si "nutrono" di un materiale che sta cominciando a esaurirsi (l'uranio 235: oggi se ne estrae meno di quanto ne usano le centrali) e generano scorie radioattive che possono essere usate per produrre armi. La soluzione a questi problemi sembrerebbe esserci: una centrale che usi, invece dell'uranio, il torio. Con 7 vantaggi.
1) Incidenti impossibili. Le centrali a torio, come quelle a uranio, producono energia grazie alla "fissione" nucleare: gli atomi degli elementi pesanti, se colpiti da neutroni (particelle che si trovano nei nuclei), si scindono producendo energia e altri neutroni. Nel caso dell'uranio, il processo tende a essere esplosivo e deve essere controllato accuratamente per evitare incidenti come quello di Chernobyl. Nel caso del torio, invece, il processo deve essere continuamente stimolato inviando neutroni sul materiale. È impossibile, quindi, che sfugga al controllo e che esploda.
2) Costi. Le centrali al torio non hanno bisogno di sofisticati impianti di sicurezza: costerebbero meno di quelle a uranio e sarebbero più piccole.
3) Abbondanza. Il torio è circa 3 volte più abbondante dell'uranio. Si trova soprattutto in Australia, Usa, Turchia e India.
4) Efficienza. A parità di peso, con il torio si ottiene 250 volte più energia che con l'uranio.
5) Scorie. La "combustione" del torio produce scorie radioattive in quantità molto inferiori rispetto all'uranio, e con un tempo di decadimento relativamente breve: 500 anni invece di centinaia di migliaia di anni.
6) No bombe. Tra le scorie non c'è plutonio (o ce n'è molto poco), un materiale che può essere usato per costruire bombe.
7) Bruciare le scorie. In un reattore al torio, anzi, si possono "bruciare" anche le scorie radioattive generate dall'uranio.

RUBBIATRON. Ci sono varie possibilità di realizzare una centrale al torio. Carlo Rubbia, una decina di anni fa, ha sperimentato con successo al Cern di Ginevra un impianto - chiamato tecnicamente "amplificatore di energia" e detto anche "Rubbiatron".

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