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Carlo Rubbia:«Vi porto gli specchi solari. Così
eviteremo il nucleare»
di Luca Landò (da l'Unità)
Il paradosso è che basterebbe un timbro. Un semplice bollo e l’Italia
potrebbe recuperare in un attimo quello che ha buttato via in cinque
anni. Basta guardare la Spagna, partita nel 2004 e adesso leader nel
solare termodinamico. Non potevamo fare lo stesso? Già, potevamo. Ma non
lo abbiamo fatto.
Lo ricorda bene Carlo Rubbia quando, a capo dell’Enea, dovette
scontrarsi con il consiglio di amministrazione per far sì che l’Ente di
ricerca si lanciasse anima e corpo in quel filone che lui giudicava
strategico. «Mi spararono a zero, dissero che era un progetto troppo
innovativo».
E lo stesso capitò poco dopo quando, durante il governo Berlusconi,
bussò al ministero dell’Ambiente di Matteoli. «Ero andato a chiedere di
riconoscere al nuovo progetto lo status di fonte rinnovabile, un
certificato verde che permettesse alle industrie che avessero adottato
quel tipo di solare di avere i benefici previsti dalla legge per le
fonti rinnovabili».
E invece?
«Invece è finita che me ne sono andato in Spagna, dove hanno capito
subito l’importanza di questa innovazione, hanno emesso un apposito
decreto e hanno fissato l’obiettivo di installare un totale di 500
Megawatt. Ma il punto su cui riflettere è che l’industria spagnola ha
saputo raccogliere la sfida grazie a queste condizioni favorevoli e
adesso sono in programma altri dieci impianti che saranno pronti per il
2010, portando il totale a 1000-1200 Megawatt. Impianti extra, non
previsti da nessun decreto: li stanno costruendo le aziende spagnole per
ottenere energia dal sole. Capisce? Il governo ha girato la chiavetta e
il Paese si è messo in moto. Tanto per essere chiari: quei 1200 Megawatt
che saranno pronti in Spagna fra tre anni sono l’equivalente di una
centrale nucleare».
Con la differenza che in questo caso l’energia viene dal sole. Ed è
anche per questo che Pecoraro Scanio, il ministro dell’Ambiente, ha
deciso di richiamare il Nobel per la Fisica in Italia offrendogli lunedì
scorso l’incarico di consigliere del ministro per quel che riguarda le
energie rinnovabili.
«Il sole è una fenomenale risorsa di energia. L’energia solare che cade
su di un deserto in un anno è equivalente a quella che si avrebbe se
quel deserto venisse ricoperto da uno strato di petrolio alto 20
centimetri. Un altro esempio: prendiamo un Paese come l’Arabia Saudita,
ricco di petrolio ma anche di sole. Ebbene la quantità di energia solare
che finisce sul territorio nazionale è mille volte la produzione di
petrolio dell’intero Stato. Mille volte. Basterebbe ricoprire di specchi
un millesimo dell’Arabia Saudita e avremmo lo stesso contributo
energetico di tutto il petrolio prodotto da quel Paese».
Lei parla di specchi, non di pannelli...
«Certo, perché il solare che intendo non è quello che abbiamo visto
finora. Per due motivi: il primo è che, da un punto di vista energetico,
il fotovoltaico è troppo costoso da realizzare. Il secondo è che dipende
in tutto e per tutto dagli orari del sole e dalle bizze del cielo: di
notte o quando è brutto tempo non serve a nulla. Il solare di cui parlo
è quello termodinamico: uno specchio che, come quelli di Archimede,
raccoglie il calore del sole in un tubo ricevitore riempito con un
liquido speciale che raggiunge circa 550-600 gradi centigradi e lo
convoglia verso un contenitore isolato termicamente che, a tutti gli
effetti, è un serbatoio di energia. E questa è la grande differenza: il
calore che ho immagazzinato può essere rilasciato anche durante la notte
o quando il cielo è coperto. Ho un accumulo di energia a bassissimo
costo. A questo punto basta collegarla a una turbina come quelle che già
si usano oggi nelle centrali a gas e il gioco è fatto: l’energia del
sole diventa energia elettrica».
E questo è proprio ciò che avviene in Spagna nei nove impianti da 50
Megawatt di potenza in fase di costruzione e dal costo di 200 milioni di
euro.
«Un chilometro quadrato di terreno ricoperto di specchi», dice Rubbia,
precisando che questo è l’unico impatto ambientale del sistema. «Il
liquido che usiamo è una miscela di sali fusi, nitrati di sodio e
potassio che qualcuno chiama “Sale del Cile”: è un fertilizzante a basso
costo (un euro al chilo) che fonde a 100 gradi, ma che a temperatura
ambiente solidifica subito. Non ha alcun impatto ecologico e, nel caso
di fuoriuscite, si forma uno strato solido che viene facilmente rimosso.
Casomai ci cresce l’insalata: più verde di così...».
Eppure tra le energie rinnovabili doc, quelle a cui è stato riconosciuto
il “certificato verde”, il solare termodinamico non compare. O non
compare ancora.
«E questo è ciò che mi aspetto dall’Italia. Perché questo solare sarebbe
il catalizzatore capace di innescare una vera reazione a catena
industriale. La legge stabilisce, infatti, che una quota dell’energia
usata da un’industria deve provenire da fonti rinnovabili certificate.
Così avviene per il fotovoltaico e l’eolico, ma non per il
termodinamico. Ed è un controsenso: perché di queste fonti solo il
termodinamico ha le carte in regola per diventare una risorsa di energia
per il futuro. Non solo, ma se il governo riconoscesse il certificato
verde, le aziende inizierebbero a richiedere il solare termodinamico e,
aumentando la domanda, calerebbero i costi. In altre parole, oltre ad
avere energia a basso costo e non inquinante, potremmo far partire
aziende in grado di produrre tutto quello che serve: specchi, serbatoi,
condotti di alta qualità che le piccole e medie imprese di cui è ricca
l’Italia potrebbero benissimo realizzare».
E questo sarà ciò che il Nobel per la Fisica dirà d’ora in avanti a
Pecoraro Scanio nel suo nuovo ruolo di consigliere per le energie
alternative. Un incarico importante, ma che lo stesso Rubbia tratta con
calcolata prudenza.
«Sono contento che l’Italia mi abbia richiamato e ho notato molta
attenzione da parte dello stesso ministro su questi argomenti. Ma non
basta. Bisogna che ciascuno faccia la sua parte: il governo, gli
scienziati, gli industriali. Dobbiamo capire, tutti, che se non perdiamo
più tempo possiamo diventare, assieme alla Spagna, i detentori di una
tecnologia che tra pochi anni verrà esportata in tutto il mondo. Con una
conseguenza inevitabile: che se non ci muoviamo subito, tra qualche anno
ci troveremo il solare termodinamico Made in China».
Ma accanto a questo aspetto, prettamente economico, Rubbia ne sottolinea
un altro.
«In questi giorni (ieri, ndr) si celebrano i due anni dell’entrata in
vigore di Kyoto e una settimana fa, a Parigi, hanno presentato il
rapporto Onu in cui, al di là di ogni ragionevole dubbio, si dice che il
cambiamento climatico è quasi certamente (al 95%) opera dell’uomo o
meglio delle emissioni gassose legate alla sua attività. Forse, anche se
in ritardo, abbiamo finalmente capito che quello che stiamo facendo col
Pianeta e il suo clima è un immenso esperimento globale. Con un
dettaglio non trascurabile: che dentro la provetta di quell’esperimento
ci siamo noi, tutti noi. Ha senso continuare sulla strada che abbiamo
percorso finora? Vogliamo davvero vedere come va a finire? O non è il
caso di cominciare a costruire delle alternative?».
Anche perché il petrolio ha gli anni contati: non importa se saranno
quaranta o cinquanta. La certezza è che prima o poi finirà. E allora?
«Le alternative sono due: il solare e il nucleare. Ma non quelli che
abbiamo conosciuto finora. Il solare di cui parlo è proprio il
termodinamico. E il nucleare è quello che ancora non c’è. È il nucleare
sicuro o, ancora meglio, il nucleare da fusione. Dobbiamo innovare, non
abbiamo scelta. Molti considerano questi discorsi un’utopia. Ma il
compito degli scienziati è proprio questo: prendere le utopie e
trasformarle in realtà. Sennò che ci stiamo a fare?».
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