|
Arezzo, 24 febbraio 2008 - Nelle acque reflue della Chimet la
Forestale ha trovato qualche settimana fa residui di cromo, cadmio e
piombo, tutti metalli pesanti altamente inquinanti quando
raggiungono limiti oltre le soglie previste dalla legge. Limiti,
appunto, che sarebbero stati superati stando all’esito delle
analisi. Di poco, precisano fonti dell’azienda, mentre la procura
oppone un cortese no comment sui livelli di sforamento. Di certo,
comunque, si tratta di esami che non hanno valore processuale di
prova: sono stati effettuati su campioni prelevati da incaricati
dell’accusa senza che i consulenti della difesa avessero la
possibilità di assistere a un atto irripetibile. E c’è poi la
questione della validità scientifica: le analisi sono state sì
compiute in laboratorio ma non in centri specializzati del livello
di quelli cui sono state affidate le verifiche dopo il blitz di
mercoledì: il Cnr di Padova e Pomezia.
Il significato delle tracce riscontrate è dunque un altro. E sta nel fatto che si tratta degli elementi da cui il Pm Roberto Rossi è partito per ipotizzare che alla Chimet qualcosa non andasse e per disporre dunque una verifica a sorpresa come la maxi-operazione di setaccio (40 uomini, tute sterili, addirittura un elicottero) messa in atto dalla Forestale nel corso di una giornata campale di lavoro. Di queste analisi, vecchie di un paio di mesi, si è saputo solo perchè il Pm Rossi ha dovuto depositarle, mettendole a disposizione della difesa, dopo che gli avvocati della Chimet, Roberto Alboni e Silvia Bondi, avevano presentato ricorso al tribunale del riesame contro il decreto di perquisizione, ipotizzandone la nullità. I controlli risalgono a dicembre, sono stati effettuati sempre dalla Forestale e sono avvenuti nel cuore della notte, fra l’una e le tre, nel canale delle acque reflue dell’azienda che poi si ricollega al sistema fognario e al depuratore. Lo scopo non era ovviamente di raccogliere prove a carico della Chimet, cosa che non era possibile fare in quella fase delle indagini preliminare, ma di mettere insieme elementi per capire se davvero nello stabilimento di Badia al Pino qualcosa non andasse, come ipotizzato dall’esposto presentato la scorsa estate dal comitato ambientalista sorto nella zona. Le tracce di cromo, piombo e cadmio trovate nei campioni (l’azienda parla di sforamenti dei limiti di legge irrilevanti) hanno convinto il Pm Rossi e i suoi collaboratori che fosse il caso di approfondire la questione. Il risultato è stato il blitz di mercoledì, da più parti giudicato come un’eccessiva spettacolarizzazione (Sergio Squarcialupi, amministratore delegato, ha parlato addirittura di spreco del denaro pubblico) ma che gli inquirenti difendono come il solo modo di intervenire in una situazione del genere. Se al momento dell’operazione Pm e Forestale si erano tenuto abbottonatissimi sugli scopi dell’azione, adesso che sono noti i risultati delle analisi preliminari da cui sono partiti gli inquirenti, si gioca a carte scoperte. E’ chiaro a questo punto che dai campioni prelevati nel corso del blitz e ora sotto esame a Padova e a Pomezia, la procura e la polizia giudiziaria si aspettano la conferma, totale o parziale, di quanto era stato trovato nelle prime analisi. E cioè cromo, cadmio e piombo, che potrebbero aver raggiunto terreno e falda acquifera. I tempi dovrebbero essere relativamente veloci. Il Pm Rossi ha concesso al Cnr e al laboratorio della provincia di Roma quindici giorni di tempo per completare il lavoro, ma si spera di avere i primi risultati già alla fine di questa settimana. Dopodichè gli scenari possibili sono due: o dalle nuove analisi non emerge niente, con gli inquirenti che si ritrovano in mano soltanto dei dati non utilizzabili processualmente se non come spunto, o arriva la conferma che nelle acque, nei fanghi, nelle polveri dei terreni circostanti lo stabilimento, nei residui dei forni di incenerimento ci sono inquinanti che non dovrebbero esserci e allora l’inchiesta avrà una nuova accelerazione. Intanto, il Pm Rossi ha già messo a disposizione della difesa con il deposito post-ricorso circa 250 pagine di materiale: non solo le analisi, ma anche le relazioni della Forestale e quelle dell’Arpat, che da anni non rilevavano nulla di irregolare. Ora tocca ai giudici del riesame. Se gli avvocati non rinunciano, sarà un primo riscontro sulla solidità dell’inchiesta. |